martedì 12 aprile 2011

Bloggers

No, non fraintendetemi. Non scrivo per polemizzare, criticare, inneggiare o altro. Le semplificazioni o gli estremismi li lascio volentieri a chi si diverte ad essere sotto i riflettori. Non ho mai avuto la vocazione del one man show e quando è capitato, mi cucivo addosso una maschera per cercare di nascondere il disagio che si prova ad essere dati in pasto al voyeurismo degli spettatori. Anche nelle discussioni intorno ad un tavolo, a volte mi annoio: le dinamiche sono spesso quelle della giungla e la logorrea è una tecnica raffinata per esaurire il tempo (come quando da piccolo giocavo a Street Fighter: contro gli avversari più difficili, non appena ero in vantaggio mi chiudevo in una difesa eroica ed inespugnabile, saltellando qua e là per lo schermo in attesa che il tempo scadesse... era patetico, ma a volte funzionava! A volte...).
Quello che voglio dire è che la rete è una vera manna per chi soffre d'insonnia e a cui piace leggere "underground" e cioè dalle righe del perfetto anonimo.
Non parlo del blog seri, di quelli che hanno migliaia di visite, che sono ben altra cosa ed applicano una deontologia alquanto serrata. Mi riferisco piuttosto a coloro che per noia o solitudine tengono un blog. Di solito c'è un tema, o una mission, normalmente però diviene un giornale intimo, con le sue polemiche, con i suoi alti e bassi, quasi sempre incomprensibile ai più, che non partecipano (fortunati loro!) alle vicende personali dello "scrittore". Ci sono alcuni poi, che assurdamente pretendono il "lei" nei commenti e non rispondono al commento "anonimo"; ci sono altri che pensano sia originale scrivere come il giovane Werther e sembra che si ricordino di pubblicare i loro sedicenti decisivi post solo quando vivono situazioni a loro giudizio catastrofiche; altri ancora si atteggiano a tuttologi e divengono dei coacervi di luoghi comuni, abbastanza banali ed abbastanza penosi.
In qualunque maniera si decida di scrivere o tenere un blog, è essenziale tenere presente che potrebbe essere chiunque a leggerti: dal quindicenne annoiato che naviga alla ricerca di chissà quale senso delle cose, alla casalinga che si riposa un po' allo schermo prima di preparare la cena ai figli con i quali non riesce nemmeno più a comunicare, all'eterno sfaccendato che utilizza il web come metodo di intrattenimento quotidiano e vuole stare in pantofole fino a notte alta a leggere senza impegno. E' chiaro che la scrittura è una strana bestia: il vissuto personale transpare sempre, volenti o nolenti. Per chi ha "orecchio" stilistico, e la pazienza dell'ascoltatore, un aggettivo, un ritmo, una determinata semantica, possono aprire ipotesi di scorci inaspettati.
In un dialogo (o monologo) è di solito più interessante quello di cui non si parla e che resta sottinteso, di quello che viene esplicitato.
La domanda che mi pongo è: questo vale anche per un blog?
La mia è anche una riflessione sul mio, di blog. Ritenendo che le cose preziose sono le più superflue, ho l'arroganza di dire che non è assolutamente necessario scrivere questo blog. E sorrido d'ironia.
Chiudo con un piccolo video sull'insolito e l'impossibile tratto da "L'Amico di Famiglia".
Notate come Sorrentino contorce il linguaggio cinematografico classico del campo-controcampo in un ritmo di primi piani ravvicinati o meno che scandiscono il dialogo in una dipanatura di senso sia diegetico che estetico sempre più raffinata, fino allo scioglimento finale.
Godetevelo e, nel caso, rivedetevi il film.


venerdì 25 marzo 2011

Biblioteche

Qualche giorno fa, un amico mi ha proposto due pannelli di scaffali della sua biblioteca. Lui doveva disfarsene, dato che ritorna nel vecchio continente per suggellare l'unione con la sua fidanzata con un rito, civile o religioso poco importa. Colta l'occasione al volo, mi faccio prestare un furgoncino e nel primo tepore della primavera porto a casa - tutto contento - i nuovi mobili. Il fatto poi che siano stati usati da una persona che conosco, li rende ancora più preziosi. Qualche cosa di già familiare.
Ricordo che quando partii per il nuovo continente,  avevo circa quaranta chili di cargo inviati per mare e una trentina nei miei bagagli. Salami e prosciutti furono sequestrati alla dogana, la grappa e il limoncello furono distribuiti e bevuti nel giro di poco, i vestiti si cambiano abbastanza rapidamente. Negli scatoloni spediti tramite la Posta Italiana via mare, c'erano quasi esclusivamente libri. Non ce l'avevo fatta a staccarmi, già alcuni pacchi erano riposti a malincuore nella cantina dei miei genitori e la separazione si fa ancora sentire ogni volta che passo a trovarli. Ricordo che passai un tempo esagerato a sceglierli uno per uno ed alcuni li cerco ancora, sapendo perfettamente che sono dall'altra parte dell'Atlantico.
Prima dell'arrivo dei nuovi scaffali, i libri erano ammassati nella mia stanza abbastanza ordinatamente in uno scaffale di vimini intrecciato, riposti su più file, e per terra, con il dorso in vista e alla prima occhiata facevano l'effetto di un bordo multicolore al muro. Con i nuovi scaffali, ora hanno tutto lo spazio che desiderano: i saggi, ordinati per soggetto, i libri in lingua, per autore, romanzi, racconti e poesie per ordine logico. Considerato che ho la credenza che quando non sono presente le cose si animano, ho elaborato uno speciale criterio totalmente soggettivo per classificare le opere: gli autori devono sapersi parlare fra loro, in qualche modo, o per età o per soggetto o per affinità di stile: Mishima non potrebbe mai stare vicino a Cèline, ma bensì si avvicina più a Busi, il carteggio di Henry Miller e Anais Nin può ben essere avvicinato a Orwell e non lontano da Bowles e Musil. Ho poi trovato alcuni doppioni: ho scoperto infatti di possedere due copie di "La chute" di Camus, di "Lezioni spirituali per giovani samurai" di Mishima, di "Dans la dèche à Paris et à Londres" di Orwell. Ho scoperto anche di possedere un romanzo della collana Harmony, un libro rilegato scritto in ebraico del 1901 ed un paio che non ricordo di aver mai comprato e provengono sicuramente da qualche biblioteca altrui.
Sono molto soddisfatto ora di poter avere la mia biblioteca per intero, in un sol colpo d'occhio. Mi fa sentire più tranquillo e, come ha osservato una cara persona, visto che una biblioteca è qualche cosa che si sposta difficilmente, potrei interpretare questa sensazione come un simbolo di radicamento. È una bella immagine quella della biblioteca come segno di radicamento: "io sono dov'è la mia biblioteca!".
Peccato che mi tocca traslocare tra pochi mesi!

mercoledì 23 marzo 2011

Tempo che fugge

Sono passati ormai più di quattro anni dal giorno che all'aeroporto di Heathrow, durante lo scalo da Malpensa in direzione Montreal, mi resi conto, quasi d'improvviso, che la mia Vita prendeva una direzione ben precisa. O almeno così mi pareva in quel momento. Poi, da quel giorno ad oggi, sono successe tante cose, alcune abbastanza ordinarie, altre un po' meno. Visi che sono spariti dalla mia vita - e non solo per la lontananza - altri che sono apparsi, altri ancora che sono passati nel mio presente e subito erano già altrove. 
Ho una memoria discreta: ricordo molto, non tutto, ma molte cose sia prima di quella data all'aeroporto - e tutto il sussulto d'emozioni che si agitava dentro - sia (quasi) tutto quello che mi è capitato di vivere fino a questa notte. Ci sono poi sensazioni che sono ricorrenti: il cielo agitato di Amman, il profilo della città di Tiblisi quando si fa sera, intravisto dalla finestra della guest house dove alloggiavo, la sera in cui andammo al Nikala a bere vino, il rumore del fango sotto i miei scarponi, all'alba, nelle vigne del Saint Emilian, la gioia dei giorni di viaggio in autostop, il silenzio delle navi a notte alta. Aeroporti, alberghi, capitali, tutto questo è arrivato dopo. All'inizio c'era il vento, i pianti alla fine delle vacanze, il sudore delle corse nei prati, le ricreazioni ad arrampicarsi sugli alberi e camminare sul muro di cinta del convitto.
Se penso a chi c'era ed a chi c'è ora, mi vengono i brividi. Ma il discorso non vale, perchè sono io che sono sempre partito, da qualsiasi parte me ne sono andato. Sempre. E raramente sono tornato. Ed, in fondo, ho ancora voglia di ripartire e lasciar perdere tutto quel poco o nulla che ho sempre costruito e riportarmi a quota zero. Ancora una volta. O forse no.

lunedì 14 marzo 2011

Sgelo

Lentamente sulla terrazza la neve fonde e cede il posto ai detriti dell'autunno passato. La coltre morbida ed ondulata  degrada in forme arrotondate e giorno dopo giorno si riduce in blocchi di ghiaccio più ostinato, ma che nulla possono contro il progressivo aumento della temperatura. Per le strade, qua e là alla base degli alberi, brandelli di terra esausta dell'inverno e trasudante d'acqua sporca, intacca di pozze di colore smorto il bianchiccio dell'inverno, già contaminato dalle scorie della città. Ancora in attesa, gli umani si aggirano indaffarati per le vie, una nuova tensione nell'aria, un ultimo sforzo di resistenza.
Personalmente, ogni mattina, dopo il primo caffè, con la pala e l'energia rinnovata dal progressivo calore, intacco la coltre di ghiaccio per fare posto al colore, al calore, al rinnovamento che sento flebile vibrare nell'aria. Quasi sollevato, quasi riconfortato, che un altro inverno sembra essere alle spalle. Eppure, nel profondo delle fibre dell'essere, quel fondo di durezza che mi spingeva nel freddo siderale ad ammirare la crudezza del gelo, rimane inattaccabile, in attesa di tornare a danzare sulle lastre levigate delle prossime nevicate, di un futuro distante e ancora inaccessibile. Forse la crosta si fa più dura, forse la dimensione del freddo si fa più intima con il passare degli anni. E la stagione in mutamento, sembra che non sia che un colore nella tavolozza complessa e sfumata di un pianeta in rivoluzione costante, in una Natura ignota.

giovedì 17 febbraio 2011

Limiti

La prima volta che feci esperienza del vero senso del limite ero a capo de Roca, in Portogallo. Ricordo il vento, la vegetazione verdissima e l'orizzonte. Capo de Roca è la punta estrema occidentale del continente euroasiatico che da sull'oceano Atlantico. Era anche la prima volta che vedevo l'oceano, mugghiante, selvaggio, molto più violento di qualsiasi mare, Mediterraneo, Egeo, Adriatico che sia. Capo de Roca è una scogliera di 140 metri a picco sulla distesa d'acqua ed il vento crea una tale resistenza che ci si può temerariamente lasciarsi andare a corpo morto dalla scogliera e si rimane sostenuti dalla corrente impetuosa d'aria che risale vorticosa le pendici. Una strana sensazione. Ricordo che c'era una semplice staccionata di legno che separava dal ciglio, barriera che avevamo saltato, da imprudenti, per sbirciare l'abisso che ci separava dalle onde e dalla schiuma.
Da lì non si può più proseguire. Eppure lo sguardo travalica il limite e si perde lontano. Prima di arrivarci, avevo passato diverse frontiere; ero giovane, senza documenti, senza soldi, non avevo mai preso un aereo e leggevo l'Ulisse di Joyce, come fosse un romanzo di Salgari, eppure quella sensazione di barriera, di sbarramento invalicabile per le mie forze di allora mi si attaccò alla pelle. 
L'ultima volta che provai un'emozione simile, c'era ancora l'Atlantico di fronte a me, ma questa volta ero dall'altra parte e guardavo verso est. Ero alla punta estrema del parco Forillon, in Gaspesie, Canada. Ancora una scogliera, ancora il vento e la linea dell'orizzonte. Ero solo, vestito in maniera improbabile per una escursione in un parco enorme e stavo vivendo il mio periplo della penisola con un vecchio Ford che al momento in cui scrivo ha già tirato le cuoia. Anche lì c'era una staccionata di delimitazione, ma questa volta, mi limitai ad arrampicarmici sopra, per godermi il panorama da più in alto.
I limiti esistono, ma servono per sporgersi ed guardare oltre.
Per andare, il giorno che ci si sente pronti.

lunedì 14 febbraio 2011

Disgusto

Questa notte non entrerò nel merito estetico del rapporto fisico tra la sensazione del rigetto e la realtà che la provoca. Non ci sono abbastanza parole per il posizionamento che la politica italiana provoca nello specchio della stampa internazionale, trasversalmente al contesto storico-sociale che stiamo attraversando, nell'intimo delle situazioni vive di ogni persona minimamente implicata nell'osservazione dei processi che ci circondano. 
Siamo già nel giorno dopo. 
Il 13 febbraio, vigilia di san Valentino, è stata una giornata che ha ripercussioni epocali nella storia del nostro paese. L'ho seguita mediaticamente, una rassegna stampa dei principali giornali, attendo qualche approfondimento dalle riviste geopolitiche e dagli analisti che seguo.
Disgusto è il titolo di questo post.
Disgusto è la prima sensazione di rivolta, di reazione, d'identificazione dell'altro, alla situazione che sembra essere la norma. Una protagonista di questa vicenda scriveva in una rubrica dedicata a lei, di nuovissima concezione, di fiabe e di desiderio di dialogo. Non c'è più dialogo con la sensazione di disgusto. Siamo uomini e donne, siamo emotività e azione, siamo terra e cielo. La sensazione di disgusto porta alla mancanza di diplomazia, l'orrore porta alla fuga, a sensazioni primitive, vere, vive. Di rigetto di una situazione che si è protratta già troppo a lungo.
Era qualche cosa che restava nella pelle, il presagio, il deposito nella memoria e nel sedimentato. La tolleranza è esaurita, i margini di dialogo sono stati spossati, non ci sono più.
Non è strumentalismo. E' un popolo che oggettivizza il disagio - ed è già eufemismo - di una presa di posizione unilaterale ed individuale che non si accetta. Si reagisce, si scende in piazza, e qualche cosa deve cambiare. E presto.
Per evitare frange estremiste, per evitare i gruppuscoli che non sono più di manipolati, ma che divengono manipolatori. L'estensione del domino della lotta, citando uno scrittore critico della società contemporanea. L'elastico troppo teso si allunga ancora, prima di spezzarsi.
Dignità, senso di appartenenza, memoria, assunzione di responsabilità. E umiltà. Umiltà nell'ascolto, nella presa di coscienza. Accettazione delle conseguenze.E tutti noi ne siamo partecipi. Che si voglia o no, siamo tutti presi nella manifestazione dello spettacolo. Nessuno escluso e ciascuno ha la sua parte.
Ovunque sia.

domenica 6 febbraio 2011

Nord


Ci sono dei momenti dove quasi mi scordo di essere "altrove", altri dove la violenza degli elementi non mi lascia alcuna chance di pensarmi a casa. Sabato sera, debbo raggiungere degli amici in un ristorante portoghese in centro. Ho consigliato io il posto, ambiente famigliare, uno dei migliori polli alla brace della città, servizio frizzante e preciso. Impermeabile, scarpe da ginnastica isolate, siamo leggermente sotto zero, quindi a queste latitudini non è freddo. Entro nell'autobus che nevischia appena. Esco dalla metropolitana in centro ed è scoppiata la tormenta. La neve cade fitta, silenziosa, farinosa. Mezzo isolato e sono ricoperto di bianco, le mani intirizzite che litigano con i bottoni dell’impermeabile e subito rinunciano ad evitare di tenere al riparo il maglione. Il vento fa il resto: acceca e fa vacillare i passi, già esitanti nella coltre nevosa che velocemente si accumula sui marciapiedi semi deserti. Non fa freddo. A parte il fastidio dei fiocchi che si sciolgono nel colletto, si respira bene, l'aria è pura, cristallina, leggera. Un senso di euforia e gioia m'invade, mi sento parte di qualche cosa vivente, silenzioso, la notte vive, il traffico è più lento, continuo, sotto il cappuccio intravedi i sorrisi dei giovani ed anche la lentezza degli anziani ha un qualche cosa di gaio, pur se faticoso. 
C'è qualche cosa di austero e affilato nel Nord. Il gelo siderale sconfigge il movimento, la neve copiosa attutisce ogni suono, le molteplici tonalità di bianco elidono ogni altro cromatismo. Solitudine e silenzio, letargo, lo sforzo continuo di sentirsi vivi, la crudeltà del freddo, l'inumanità dell'ambiente inospitale. Silenzio, silenzio di stasi, raccoglimento, intimità, congelamento, ipotermia, purezza e freddo. Poesia nuda, senza aggettivi né avverbi, scheletrica come le trame nere dei tronchi, essenziale, rarefatta, scintillante, come le stelle nel cielo nero di cristallo. Il Nord sconfigge, segna la pelle e il viso, eppure esalta la sensazione primordiale della sopravvivenza, dell'essenzialità, una solidarietà colma di silenzio, di presenza, di condivisione di un presente inospitale. Il Nord è anche attenzione ad ogni gesto, contemplazione nella solitudine, esperienza di dialogo intimo, contatto con il proprio respiro e sofferenza nello sforzo, economia d'energia.
Anche per questo a primavera, le terrazze saranno invase al primo sole, le ragazze porteranno gonne corte, si leveranno in brindisi i boccali ed i bicchieri e l'eccitazione del primo tepore inonderà i parchi cittadini ed i locali di ritrovo. Una tensione si attenua, come il ricordo di un sogno intenso la mattina, ma di cui sentiamo depositarsi nel profondo, come assopito, la sensazione netta della sua gelida presenza.

venerdì 4 febbraio 2011

Cristallizzazioni di movimento e quinta dimensione


Sollecitato dall'inedia della ricerca di un'occupazione, osservavo oggi un candelotto di ghiaccio che pende dalla tettoia di fronte alla finestra della mia lavanderia: il candelotto è tutto storto, in più punti e disegna un'improbabile S che scintilla nel freddo del pomeriggio nord-americano. Probabilmente, si è formato con differenti correnti d'aria, che giocano strani tiri nel rigirarsi furenti nell'angolo della terrazza. Il colpo d'occhio è assai singolare: da un lato i candelotti "normali" dritti, appuntiti ed immobili, al margine della tettoia questo sgorbio di ghiaccio che dondola, pencolante al filo da stendere un po' molle. Mi piace pensare che sia una cristallizzazione di movimento, non me ne vogliano gli scientifici se la semantica non è corretta.
Cristallizzazione di movimento è un ossimoro abbastanza evidente. Ma non bisogna intimorirsi, né ritrarsi inorriditi se la contraddizione sorge alla superficie del visibile anche sulla mia terrazza. Con un po' di allenamento ne possiamo cogliere molti esempi in ogni altro aspetto del nostro vissuto e, ultimamente sempre di più, riesco ad apprezzarne le involuzioni insolubili. Sì, perché la dicotomia tra positivo e negativo (in senso fisico, elettrico per capirci) e il suo declinarsi in ogni aspetto del nostro mondo fino ai recessi non così teorici della materia e dell'antimateria (seguo un po' trepidante la manipolazione dei 38 atomi d'antimateria d'idrogeno al Cern di Ginevra, la cosa in sé mi sconvolge, ma da piccolo non dormivo la notte pensando alle influenze gravitazionali dei pianeti...) è la dimensione del nostro esistere e il moto pendolare tra un polo ed il suo opposto, la cifra della nostra esistenza.
E la tridimensionalità? Sento già l'eco delle mie stesse domande.
La tridimensionalità è questo movimento pendolare tra un polo ed il suo opposto, una gravitazione, piuttosto, come il candelotto che in condizioni speciali (uniche?) cristallizza tutto storto e manifesta così l'unicità del suo essere in quel punto preciso (è sempre acqua in fondo, più o meno sporca, congelata, ma il fatto che sia gelata come una biscia trafitta lo rende ai miei occhi più "simpatica" come il diverso mi risulta epidermicamente più "simpatico" dell'uniforme).
E allora? Leggo negli occhi sgomenti di un annoiato surfer del web.
Ma è evidente che la cristallizzazione del movimento ci porta pindaricamente (ma nemmeno molto) a considerare l'astrazione della 5 dimensione. Ritorniamo al nostro ghiacciolo: se il cornicione è il punto d'inizio A e il pavimento il punto di fine B, tra A e B c'è uno spazio gestito, in assenza di vento, solo dalla forza di gravità che fa cadere la goccia da A a B in un certo tempo T. Ora, la goccia non arriva mai a B, perché durante T il clima terribile nord-americano (settimana scorsa abbiamo sperimentato temperature fino a - 40°) la congela istantaneamente e di qui la possibilità di candelotti a S in presenza di elementi di alterazione e, in questo caso, di vento. La 5 dimensione è intuitivamente rappresentata dal candelotto che arriva a terra, ma prodotto da una sola goccia o meglio dal sommarsi di tutti gli istanti e le possibilità di cristallizazione da gelo della goccia nel suo periplo da A a B. La 5 dimensione è l'insieme dei tempi T in tutte le sue possibilità della goccia di arrivare da A e B, sollecitata dalla forza di gravità e da tutti gli agenti atmosferici conseguenti (senza dimenticare la posizione particolare nell'angolo della terrazza e probabilmente anche la presenza non lontana del comignolo del vicino di sotto).
Nessun timore: io della teoria di Kaluza (mi pare il primo a parlare di penta dimensione in fisica, senza candelotti di ghiaccio ed in odore di eresia per la teoria quantistica) non ricordo granché, ho cambiato troppi professori di matematica per avere delle solide basi, la mia preparazione scientifica al di là della logica formale (e anche quella...) si riduce a qualche cosa molto simile agli algoritmi esplicitati nei libri di cucina, ma il concetto - creativo? - che mi affascina è la possibilità ed il suo limite con la realtà. Realtà che poi è sempre passato, mentre la possibilità è sempre sfuggente nel presente, e debordante nel tempo che non è ancora.
Questo chiaramente pone dei problemi di vita quotidiana che si confondono con un accidia inveterata o una mononucleosi galoppante. Invece è solo fascino della possibilità, ma una possibilità che nel suo "cristallizzarsi" in realtà ci determina, rendendoci o simili al cavatappi di ghiaccio appeso fuori alla mia finestra o altro ancora.
Le ricadute concrete del ghiacciolo della terrazza?
Per il momento o aspettiamo primavera, oppure formulatevele da voi!

sabato 15 gennaio 2011

Re-load


Riprendo in mano questo vecchio blog, lasciato a sè stesso per molto tempo.
Dentro di me, rieccheggiano ancora le vibranti provocazioni contenute, di cui assolutamente non ne disconosco l'origine. Ora però, sorrido al loro idealismo, alla tensione di penetrare la superficie del reale, di carpire un qualche cosa che si intuiva ci fosse.... Non che ora la pace dei sensi abbia colmato i vuoti esistenziali di allora, nulla di tutto questo.
Una virata laconica, potrei azzardare a definire.
Minimalista, un sussurro più che una dichiarazione, un soffio che, con leggerezza, si posa ed è già passato....
Resta la tentazione del pensiero tridimensionale, declinato sul piano - sempre! - estetico ed ermeneutico.
Ne sono ancora convinto: un mal di pancia, l'eco di una notte brava, l'euforia che a volte ci inebria, tutto quello che viviamo ogni giorno è molto più incisivo sul nostro modo di pensare, che mille discorsi assorbiti. Non siamo liberi? Osserverà qualcuno. Sì, lo siamo, nostro malgrado, ma proprio perchè siamo - corpo, esseri umani, cittadini, amanti, amici, celibi o sposati, divorziati, padri e figli, fratelli e cugini, alti o bassi, obesi o rachitici, belli o meno belli,.... - siamo determinati e quindi posizionati nell'esistenza. Ed è lì che inizia il nostro profilo di libertà...
Non è poi così male!

mercoledì 24 novembre 2010

Fantasmi

Incredibile! Più procedi, più t'inseguono, meno li cerchi, più spuntano da ogni dove.... sono i fantasmi del passato, intensità di presente che fu, che ritorna come da subconsci inerti, superati, carichi del già visto, del già sofferto, ma pur sempre del... passato!
E ritornano con lo stesso chiasmo di sensazioni ambigue, evanescenti, ma contrapposte, con quel "più" che da sui nervi, che pizzica nel profondo, quel qualche cosa che a suo tempo avevi aborrito, sopportato, preso da parte per trovare una mediazione ed abbandonato a gambe levate, del tipo "ti chiamo per sapere se davvero sei andata via e non ritorni più... ti chiamo per iniziare a respirare, senza i tuoi strepiti, urli, paranoie e idiosincrasie. No grazie, ho le mie, mi bastano...".
Tornano, o torniamo pure noi, ai nostri piccoli vezzi. Accusiamo altri di non cambiare, ma noi non cambiamo - ah, ma noi siamo nel "giusto", compiaciuti - dio, che tristezza asettica e noiosa.
E mi perdo via....

domenica 20 luglio 2008

Incertezze

La frattura fa male.
Il possibile, la sfumatura, il non certo, l'incerto, la domanda aperta sono aree difficili da affrontare, da vivere.
E' meglio prodursi delle certezze solide e indistruttibili? E' meglio vivere l'illusione, o la menzogna? Solidità prefabbricate, strade diritte e sicure, etiche tracciate e garantite, nessuna deviazione, nessun errore. Una coerenza all'essere sociale, l'appiattimento orizzontale sul "normale", il già prodotto, vissuto.
Forse per questo "il sangue dei padri ricade sui figli", non si riesce a uscire dal loop generazionale, ricadiamo sempre negli stessi errori. E vizi. E noie usate ma così confortevoli e comode.
In quest'ottica è necessario vivere un'estetica della ricerca. L'esperienza di un quotidiano che non arriva necessariamente alla sera con una parabola continua, ma un presente spezzettato di piccole rivoluzioni, per ritracciare un presente continuo e costruire una verticalità pulsante e viva. L'individualità, così, non è più una monade chiusa all'esterno, ma diviene dialogo costante con il circondario, l'ambiente tridimensionale in cui è immersa, comunione nella differenza di impressioni, comunicazione del processo di scambio e cambiamento continuo attraverso l'interazione con altre soggettività.
Spezzare il cerchio. Uscire dal tracciato. Osare lo sconosciuto.
E perdersi per questo. Nell'invisibile degli altri. Nessuno ci puo' vedere. Solitudine e pienezza dell'esplorazione.
Addormentarsi esausti di nuove visioni.
Si può sopportare questa tensione? Si può vivere così? Si può "creare" o apprezzare le creature spontanee che si incontrano appena al di là del già visto?
Il coraggio di soffrire le proprie scelte. Il coraggio di essere fuori dalla generazione "customer care".

venerdì 6 giugno 2008

Diritto all'invettiva

Il politically correct del nostro tempo non concepisce l'invettiva, eppure, non per questo, i colpi bassi non sono diminuiti. Se prendiamo le origini catartiche della cultura occidentale, dando ragione agli storici ed agli archeologi, ed individuiamo nel V sec a C. un nuce importante delle matrici europeee e della cultura "bianca" e cioè il teatro tragico greco, possiamo già pregustare gli sviluppi del nostro intervento.
Infatti, l'interiorizzazione della pena non era affatto contenuta negli scritti che ci sono stati tramandati. All'infausta sorte, al delitto, all'ignominia l'eroe/ina non si rifugiava in un anglosassone atarassia, o in una colta indifferenza, ma sfogava nell'invettiva e nel proposito di vendetta la gloria dell'affronto che aveva subito. E più era serio il motivo del torto, più complessa ed argomentata era la verbosa reazione - carartica - del soggetto agente.
Agente abbiamo espresso, perchè nel momento stesso della reazione, pur verbale, in nuce individuiamo già un processo che tende a ribaltare il rapporto di potere che un torto impone e cioè la sottomissione, il ricevere, il subire un azione che si ritiene lesiva.
Non parliamo della sterile escandescenza volgare di una , seppur colorita ed interessante dialetticamente, verbalità fine a sè stessa, ma del concetto simbolico della maledizione, della descrizione dell'offesa subita e del suo contrappasso, del desiderio o situazione offeso e del contrasto che il presente subìto porta all'esplosione ed all'azione.
Nella letteratura contemporanea possiamo portare due esempi: uno in Kafka, nella "Lettera al Padre" dove la rivalsa della sensibilità offesa assume un evento simbolico ed attinge ad un vissuto personale dell'autore, l'altro, più letterario, nell'essenza stessa del libro "Opinione di un Clown" di Heinrich Böll che rivolge contro il personaggio narrante del romanzo - o monologo? - la maledizione espressa dalla travolgente situazione descritta.
Sono due rapidi accenni, manchevoli e poco strutturati ce ne rendiamo pienamente conto, ma che possono gettare oltre (diabolicamente, filologicamente inteso) una luce sul ruolo di reazione - rivoluzione - che il processo dell'invettiva propone anche nel nostro contemporaneo.
Ci stupiamo che in un mondo dove il consumo, il prezzo, il mercato è di massa, questo "diritto all'invettiva" non sia a nostra conoscenza ancora tramutato in prodotto scambievole a livello pecuniario.
La Medea della follia arrabbiata, bellissima e "barbara", straniera, nella sua femminile ira, rimane tuttora ineguagliata.

martedì 15 novembre 2005

Margini

Nel pensiero tridimensionale, uno dei punti basilari è la geometria spaziale. La pagina bianca, lo schermo di un computer o di un cinema o di una fotografia sono margini bidimensionali, che - pur nell'illusione di una prospettica profondità - impongono al pensiero una costrizione limitata, uno sforzo focale e di immaginazione che distrae dall'"ambiente" naturale in cui è immersa la realtà. A volte osservando i ragionamenti quotidiani ci si accorge di come questa "distrazione" diventi un ostacolo insuperabile, tendendo ad astrarre, radicalizzando negli opposti, la "media res" oggetto del dialogo. Un caro filosofo acutamente scriveva che la realtà è l'insieme di fatti, la nostra attenzione in questo momento è lo spazio - anche mentale - in cui questi fatti sono collocati. La semantica economica - che in una immaginaria e bidimensionale scala di senso epistemologico è appena dietro alla semantica artistica e molto avanti, indebitamente, alla semantica politica - ha già ben presente questa condizione ed è facile osservare sui giornali specifici il tentativo, a volte goffo, di dare una rappresentazione della profondità spaziale e temporale di fatti - economici - che generano panorami statistici e accenni di futuro. Il concetto spaziale della tridimensionalità del pensiero è enucleare concetti tenendo presente la profondità e la "tridimensionalità" dell'ambiente in cui pensiero stesso è calato. Quindi non più immerso in una polarità manichea tra bianco/nero, buono/cattivo, bello/brutto, ma operante una pendolarità costante tra i fulcri di giudizio con la prospettiva fenomenologica del teatro del discorso, dei soggetti agenti, della storicità del momento e via via allargando la prospettiva, sulle strutture e sovrastrutture del proprio pensiero interpretante e l'intuizione dell'altrui pensiero dialogante, in un continuo e simbolico processo di allargamento e restringimento dell'obbiettivo focale mentale. I progressi tecnologici della realtà virtuale potrebbero aiutare in questo senso. La visione dell'armonia del tempio greco ne è l'esatta visualizzazione.

domenica 29 maggio 2005

Visione

In rilievo nella trama di immagini che ci circondano,sembrano più gioiosi e vitali, il colore, la fantasia, la melanconia, la tristezza o la disperazione di coloro che hanno provato riuscendo a fallire, perché si sono bruciati nelle illusioni incarnate della propria vita.
Il mondo intorno a noi appare organicamente studiato per succhiare le energie attraverso l'altisonante follia della proposizione di un senso, senza il quale tutto appare vano e in cui la ricerca di un "senso altro" sembrano non essere sufficienti per articolare vite ed esistenze insieme al loro povero immenso potenziale. Non vogliamo tessere le lodi di quella già folta schiera di guitti, di menestrelli e nani, che hanno così facilmente la verità a fior di labbra, ma mangiano al trogolo della corte e di loro sono coscienza e catarsi. Vogliamo dare spazio a K., al diseredato, al brigante, al folle ramingo che sta al di fuori del Castello e vaga nelle lande deserte, fronteggiando i rigori delle foreste e le calure dei deserti. Vogliamo guardare negli occhi dell’assassino che riconosce il proprio esilio nel suo gesto, o dell’apostata che rinnega sé stesso nell’abiurare la sua fede. Vogliamo tracciare un profilo al traditore, al suicida, al perverso per necessità, allo scarto d’umanità, all’uxoricida, al figlio parricida per indipendenza, a tutti coloro che seguono un istinto innato e ci scommettono sopra l’intera loro esistenza, per scelta, per destino. Vogliamo calpestare l’ombra di chi arriva fino in fondo, che sa inorridire, ma riscatta con sé stesso l’intero gesto di follia dell’umanità. Il folle, l’assurdo, il mentecatto, colui che ride follemente nei sanatori, colui che corre nella notte, chi sa saltare nel buio, nell’istante stesso dell’azione. Non ci interessano, per il momento, ciò che succede poi, le conseguenze etiche e le responsabilità politiche, vogliamo lo slancio sovrumano della decisione contro ogni logica, vogliamo chi scommette tutto sullo zero della roulette, quando, lasciata la posta, scruta l’irreale atto, estraneo persino a sé stesso, strappato dall’insieme della sua razza, tremendamente solo, perché lacerato, ma sulla strada più diretta, ed anche la più improbabile, di toccare con mano un anonimo senso, una qualunque vittoria, un qualsiasi bottino. Silenzio. Non basta un dio, una fede, uno di quei valori che si propinano al bambino e che ci vuole una vita - si dice - per apprezzarne a pieno la grandezza; non basta un'anima trionfante su ogni comfort o su ogni tentativo di acquietamento facile; servono uomini e donne - con una dinamo in mezzo alle gambe - che sappiano danzare sulle ceneri delle città, per l'incontenibile bellezza che ogni inizio presuppone, che sappiano rischiare nel gioco infinito della giornata, che sappiano morire e vivere ogni giorno per la possibilità di esistenza e per necessità di esistere, che sappiano ferinamente percorrere, con disprezzo di sacrifici e comfort, la strada della sperimentazione di nuove vite, nella ricerca di sé stessa, nella tensione tutta verticale per il non assodato, il discontinuo, il sincopato dal respiro terrigno.

sabato 21 maggio 2005

Al di là del fatto...

Al di là del fatto che sembra assurdo oggi farsi duemila chilometri per manifestare contro la globalizzazione finta per reddito; al di là che chi lo fa passa facilmente dalla parte della minoranza per i compassati giovani così razionali da riempirsi la bocca di tante belle ed equilibrate parole; al di là che restarsene in pantofole è senz'altro la maniera più saggia per farsi considerare maturo da un numero sempre più alto di persone che non guardano se non il reale intorno al proprio naso, a cui l'irrazionale, il folle, l'angoscioso e l'ironico sono estranee nel loro complesso; al di là dell'ansito soggiogato dal potere, che, al contrario del torto o della ragione, sta sempre dall'altra parte, che a stento riesce ancora a manifestarsi in maniera confusa, caotica, contraddittoria, discontinua, in costellazioni di piccoli segni minimali; al di là del fatto che chi corre e suda molto spesso ha poco fiato per dar voce alle trombe e costruirsi fondali di parole con cui esibirsi o ripararsi a seconda dei casi; al di là che anche nell'incerto e nella tensione di ritrovare il simile a sè nella non identità, qualche parte di energia viene spesa e non ritorna, ma il traguardo intravisto o solamente odorato nella lontananza può ripagare, a chi non si accontenta nella ricerca del senso, la mancanza di senso dell'immobilità; al di là che, poi, altri esprimono meglio quello che anche noi abbiamo vissuto, e ci si ritrova arrossati e stupidamente infervorati per suoni, o parole in contesti emozionali differenti, stupidi a sé stessi perché banalmente commossi per Getzemani interiori vissuti in prima persona; al di là di tutto questo, l'esplosione di irrazionale vitalità mi sembra esteticamente migliore del grigio rigore del preconfezionato dall'obbiettivo di partito.

giovedì 19 maggio 2005

Intermezzo

[...] « Ma sì! le ha risposto lui. Che ce n’ho di coraggio! e di sicuro tanto quanto te!...Solo che io se vuoi saperlo... Assolutamente tutto... Eh be’, sei tu che mi ripugni e mi fai schifo adesso! Non solo te!... Tutto!...L’amore specialmente!... Il tuo e quello degli altri... I trucchi sentimentali che vuoi fare, vuoi che ti dica che cosa mi sembrano a me? Mi sembra come far l’amore nei cessi! Mi capisci te adesso?... E tutti i sentimenti che vai a cercare perché resti incollato a te, mi fanno l’effetto di insulti se vuoi saperlo... E tu non hai nemmeno un dubbio in più perché sei te che sei una zozzona perché te non te ne rendi conto... E te non hai nemmeno il minimo dubbio che te sei una schifosa!... Ti basta ripetere tutto quello che sputano gli altri... Quello lo trovi normale... Ti basta perché gli altri ti hanno raccontato che non c’era di meglio dell’amore e che quello funzionava con tutti quanti e sempre!... Eh be’ io lo mando affanculo l’amore di tutti quanti!... Mi capisci? Attacca più con me figlia mia!...la loro schifezza d’amore... Caschi male!... Arrivi troppo tardi! Attacca più, ecco tutto!... Ed è per questo che tu ti fai venir le rabbie!... Ci tieni lo stesso tu a far l’amore in mezzo a tutto quello che succede?... In mezzo a tutto quello che si vede? O invece è che non vedi niente?... Io credo proprio che tu te ne sbatti!... Fai la sentimentale mentre sei una bestia che non ce n’è un’altra... Ti vuoi sbafare della carne marcia? Con la tua salsa tenerezza?... Ti va giù allora?... A me no!... Se senti niente tanto meglio per te! E’ che hai il naso tappato! Bisogna essere quei degenerati che siete tutti perché quello non vi faccia schifo... Vuoi sapere quello che c’è fra me e te?... Eh be’ tra te e me, c’è tutta la vita... Ti basta mica alle volte?[...]
L. F. Celine - Viaggio al Termine della Notte

sabato 7 maggio 2005

Frammenti

Chiunque abbia letto gli appunti sul teatro di Jean Genet o alcuni libri di Yukio Mishima o, ancora, ascoltato certi frammenti bruitistici si sarà scontrato con una marginalità guizzante ed impalpabile della manifestazione artistica che brucia sè stessa nel compimento della propria espressione. La classicità del perdurare dell'opera d'arte è scardinata dalle fondamenta per lasciare il posto ad una memoria dell'evento e dell'intensità del momento irriproducibile, senza nuova interpretazione, nella sua originalità. Questa intensità cosmogonica scemerà nel tempo, se non si rinnovasse incontrando la mente ed il gesto a cui aderire e vivificarsi di nuovi impulsi e rinascere come incendio dalla favilla. Estremamente connessa al moderno ed ancor più al post-moderno, questa nicchia di tendenza risulta muta ai più. Chiaro scollamento tra rappresentazione estetica e com-prensione.
Walter Benjamin, nella sua frammentarietà essenziale, ha sottolineato la caratteristica contro il continuum nell'immagine del tempo frammentato in istanti verticali e compiuti nella loro intensità, ma slegati tra loro come fermate del metro, pozze di luce e reale in un traballante oscuro migrare senza progresso, senza apparente uscita. Echi di questa verticalità trapelano tra istante ed istante consentendoci impercettibilmente di poter dimenticare, raccontare, interpretare. Se i nostri sforzi ermeneutici fossero solo la memoria di superfici di pozzanghere che riflettono un cielo tempestoso in continuo movimento?
E' nella tridimensionalità del pensiero che si coglie la peculiare essenza dell'esperire e del saper comunicare.

martedì 3 maggio 2005

Indecenza

"Parlare di sè è indecente": la tesi esplicita di un film di Bonello "Le pornographe"(Can/Fra 2001). Il film proseguiva sul difficile crinale della narrazione delle vicende del protagonista alla ricerca di una tranquillità e serenità dovuta, dopo i ruggenti anni della giovinezza, il feroce esponenziale cambiamento a cui la sua professione lo aveva esposto, l'inevitabile sensazioni di fallimento delle relazioni che aveva ingaggiato nella sua vita, e la volontà di non tradire sè stesso e (ri-)affermare una personale maniera di intendere un genere.
Il classico esempio dell'uomo del treno - lo sconosciuto che racconta nei particolari qualsiasi evento della propria vita anche intima - e del fastidio che proviamo in tale situazione è la conferma di quanto poco siamo disposti ad ascoltare e quanto desiderio si abbia nel raccontare. Il racconto, soprattutto nosografico, è femmina - sostiene una tradizione letteraria centenaria - ma con la parificazione in fieri il "gentil" sesso non detiene più questo verboso primato.
Infatti, chi non desidera raccontare e raccontarsi? Ma chi si è mai sentito o ha mai transitivamente fatto sentire "ascoltato"? E' possibile uscire dall'impasse. Personalmente riteniamo la forma sopra il contenuto nella maggioranza quasi totale delle situazioni, perchè la forma vera è già contenuto.
Resta il fatto di come esistano, a nostro personale giudizio, momenti ed azioni che siano svincolate dall'indecenza, perchè rasentano accezioni semantiche "oltre" il comune senso di pudore. A questo punto "indecenza" è non saperlo riconoscere.

sabato 30 aprile 2005

Perchè contaminazioni?

Viviamo in un periodo strano, senza apparente definizione - post-moderno non è una definizione, o almeno è troppo nebulosa per esserlo - e ci troviamo costantemente a rincorrere notizie e novità che ci sfuggono, rendendo difficoltoso l'affermarsi di una identità precisa e delineata.
Vivendo praticamente ai margini di molte aree semantiche pensiamo che la contaminazione sia l'aspetto più descrittivo del nostro comune modo di pensare. "Comune" è una brutta parola, o almeno suscettibile di mille interpretazioni - cosa so di avere in "comune" con chicchessia, fino a quando non si instaura un dialogo verificatore? - ma tracciando distinzioni con la scure si può dire che oggi c'è chi si contamina, con tutto il bagaglio di dubbi, incertezze e cambi di direzione che ne deriva, e chi traccia il proprio percorso con estrema chiarezza, come una pietra che cade.
Noi parteggiamo profondamente per le contaminazioni e pensiamo che sia un processo vivificatore e rinnovatore, apparentemente patologico, fortemente orientato all'evoluzione.
Il resto lo lasciamo al giudizio ed alle preferenze gastronomiche di ognuno.
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