giovedì 20 marzo 2014

Essere altrove

Vivere all'estero vuol dire non vivere nel proprio paese di origine. 

Lapalissiano, banale, lineare.
Nella sua binaria evidenza, questa realtà è comunque un percorso quotidiano, di scoperta ed appropriazione continua. Sarà che sono svagato di natura, ma ci sono piccole illuminazioni di questa condizione che mi assalgono nei momenti più impensati, sorprendendomi dal bordo dell'attenzione e insediandosi profondamente nei pensieri, fino ad alimentarne la consapevolezza.
Qualche sera fa, me ne stavo sul patio che da su prato interno, sul retro del mio immobile e mi godevo lo sciacquio dell'anacronistico disgelo di questi giorni: l'aria era spessa e umida, attraversata da una pioggia leggera, che imbeveva la neve vecchia e frammentava la spessa crosta di ghiaccio. L'oscurità sonnacchiosa della prima notte lasciava vagare le sensazioni ed i pensieri in un torpore di stanchezza della giornata e dell'inverno, che pare sempre feroce nel Nord America.
Ad un tratto, un pensiero mi attraversò la mente:
-  Quando morirà tuo padre non sarai nei paraggi. Sarai lontano.
Una punta emotiva, quella sensazione al diaframma di oppressione nel respiro.
Una liquida corrente sotterranea, un appiglio per quelle ombre, mai sopite, di domande e dubbi che un percorso su tre continenti, decine di contratti d'affitto e una visione fissa dell'ineluttabilità dell'orizzonte ha come costellazione di riferimento.
Vivere all'estero vuol dire non vivere nel proprio paese di origine. 
Lapalissiano, banale, lineare.
Un vento freddo faceva scricchiolare gli alberi irrigiditi dal gelo. Grosse gocce indolenti piombarono senza rumore e lasciarono flebili tracce nella neve fradicia e pesante.

domenica 26 agosto 2012

Notte estiva


 È notte e la temperatura, nel mio piccolo appartamento, m'impedisce di dormire. In più, un fastidioso dolore muscolare appena sotto la scapola, mi strappa dei gemiti ad ogni tipo di movimento che coinvolga più di un muscolo alla volta. Ridotto all'insonnia vago per la casa, bevo birra, ciabatto sul balcone ad osservare il silenzio del giardino. La notte è un luogo che amo, ma che spesso - per varie ragioni - trascuro. I rumori sono rarefatti, furtivi: il brusio del frigotifero, le molle di un letto del caseggiato, il vento tra le fronde dei cespugli davanti a casa, i grilli - suono estivo per eccellenza - un frinire che quasi non si sente più, per la sua totale costanza. V., la mia compagna, dorme, o forse sonnecchia, il ventilatore acceso e il suo ventre enorme, glorioso,  pulsante di vita, in attesa del momento del parto.
Sarà forse anche il nervosismo dell'imminente paternità. Un sacco di domande, di informazioni da metabolizzare, di inadeguatezze da guardare in faccia. Nove mesi sono un tempo onesto per prepararsi al cambiamento radicale della propria vita, non c'è che dire, ma...
La stanza è pronta: lettino, vestitini, tutto piccolino, a misura di neonato, ma...

Ma ce lo lasceranno fare? Ci permetteranno di crescere quell'essere di nostra figlia che ci capita così, nel mezzo delle nostre vite, in cui è già difficile decifrare i contorni del giusto, del possibile e del reale? Ce la lasceranno crescere con lo sguardo che si perde lontano, quella sana fatica dopo una corsa, quel brivido sottile, ma vivo, dei momenti prima di un viaggio? E quelle baruffe, quei gesti insensati, la polvere e il sudore appiccicati ai vestiti, le ginocchia sbucciate e le bugie per i compiti non fatti? La lasceranno fare, crescere, provare, cadere, ridere, giocare, volare? O la obbligheranno ad uno schermo, ad un protocollo di sicurezza, ad un programma, ad un giardino con piscina, scrittoio e sala ricreativa con gli alberi fuori dalla finestra?
Perchè di morbondi, in giro, ce n'è già tanti: inoffensivi, meschini, volgarotti, remissivi. Adattati. Come quelli che mettono apprezzamenti ai propri stessi commenti su FB, Come quelli che pagano in nero il loro dentista così risparmiano sulle tasse. Come quelli che hanno sempre lo stesso identico sorriso su tutte le foto. Come quelli che si nascondono dietro delle maschere, perchè nello specchio non vogliono guardare...

Meno male che ho ancora una bottiglia di quel rhum, quello buono che viene dal mare....

lunedì 28 maggio 2012

Sulla strada

Ore 20 di un qualsiasi giorno da una settimana circa. Il far della sera arriva tranquillo, finalmente la luce del giorno filtra ancora nel fitto fogliame del viale dell'av. Valois, ma qualche cosa nell'aria sembra in attesa. Ed infatti, puntuale, arriva lo sbattere di tegami e pignatte.
D'un tratto, il quartiere intero si anima, già nella piazza si sono radunate famiglie, coppie, anziani e una torma di bambini, un'armata rumorosa e felice, ognuno con un coperchio, una padella, un colapasta ed un mestolo, un cucchiaio da cucina. 
Sbeng, sbeng, sbeng.
Il corteo si mette in marcia alla spicciolata, i girofari della scorta della polizia aprono la strada e costellano gli incroci del quartiere. La colonna umana marcia ritmata, fracassona, allegra. Rivendicano l'indignazione contro la legge speciale varata dal governo che tenta di soffocare la protesta studentesca che ormai da più di cento giorni manifesta contro l'aumento delle tasse scolastiche, il 75 % in più nei prossimi cinque anni. Legge speciale che dichiara illegale ogni manifestazione non dichiarata alle forze dell'ordine e assegna ammende esagerate a chi non si adegua. A Montreal in ogni quartiere succede la stessa cosa: una marcia al ritmo metallico di pignatte e cucchiai. Un'ora o poco più e poi ci si da appuntamento alla sera successiva.
Sbeng, sbeng, sbeng.
L'altra sera, dopo l'evento, mi trovavo nel giardino della mia compagna, a bere una birra. È giunta la sua coinquilina, E. il viso arrossato e il vento tra i capelli. In mano un tegame lucido dai colpi ricevuti e un moncone di cucchiaio di legno: "Non durano niente, mi si è rotto in mano!"
Sbeng, sbeng, sbeng.
Un'altra sera, camminando nelle strade dopo lo scioglimento del corteo, seguivo una famiglia e ne ascoltavo la conversazione tra la bimba di circa cinque anni e la madre che portava un altro pupo in groppa:
- Mamma, ma perchè torniamo a casa se non abbiamo avuto quello che volevamo?
E la mamma saggia:
- Perchè il governo è come i bimbi: a volte bisogna ripetere le cose cento volte...
Sbeng, sbeng, sbeng.
Montreal, quartiere Hochelaga, primavera 2012.

sabato 24 marzo 2012

Aneddoto arabo

Beiruth. Una calda giornata di qualche anno fa. Esco dalla mia stanza per uscire e farmi una passeggiata lungo il  limite del campo profughi palestinese. Chiamo l'ascensore sul pianerottolo dell'hotel al quindicesimo piano. Dall'altro lato del corridoio una figura in abiti tradizionali arabi attende anche lei l'arrivo della cabina. Da qualche giorno, l'albergo ospitava non so quale congresso della lega araba ed era popolato da sceicchi in tunica bianca e numerose altre persone, tra acompagnatori e personale di servizio; dei militari in assetto di guardia presidiavano le entrate dell'albergo, ma noi occidentali non eravamo infastiditi dalle formalità e circolavamo senza problemi, incuriositi dal cerimoniale deferente con cui il personale trattava i diplomatici.
"Sir..."
L'ascensore che la persona attendeva dall'altro lato del corridoio è arrivato prima del mio. Sorpreso, mi sento chiamare da una voce femminile cristallina e pacata e la seguo nell'ascensore. Alla luce delle alogene nella spaziosa cabina, mi trovo davanti una ragazza, minuta e dall'aspetto regale: il volto incorniciato dal velo finemente ricamato, ha una carnagione leggermente olivastra che incornicia due occhi vivi e scuri, contornati dal trucco impeccabile con cui le donne del Medio Oriente intensificano il loro sguardo; il naso, finemente cesellato, sormonta le labbra fini, che abbozzano un sorriso, che sento privo d'imbarazzo o timidezza e mi appare di benvenuto, misto ad una sorta di divertita curiosità. Nell'aria climatizzata, si spande un leggero profumo di gelsomino.
"Enter hall floor, please. Do you?"
Ancora più sorpreso, schiaccio il pulsante per scendere all'ingresso. Lei mi ringrazia con un cenno e restiamo lì, ad un passo l'uno dall'altro, vicini eppure lontani, ciascuno nella propria vita, fatta di credenze, pregiudizi, storie, influenze... Cercando di non dare troppo a vedere, la scruto nei riflessi degli specchi che ci circondano: è bella e altera, il vestito lungo lascia intuire una silhouette snella ed è riccamente decorato d'arabeschi multicolori, eppur sobri; dall'orlo della veste spuntano du piccole babbucce azzurre e l'intera figura emana dalla postura ritta una dignità ed una fierezza palpabile e senza ostentazione, naturale, come il calore del sole.
La ringrazio brevemente per la gentilezza riservatami nell'invito a condividere il suo ascensore, io non so se in quel fangente avrei osato proporlo e faccio un commento sulla bella giornata che ci attende, fuori da quel piccolo ascensore. Lei mi guarda, dritto negli occhi, con quello suo sguardo aperto e diretto e, con una pronuncia certo migliore della mia, mi dice che parla un inglese di base e se ne scusa.
Qualche istante e siamo arrivati. Le porte automatiche si aprono e lei esce con dei passettini agili e leggeri, senza rumore nè fretta. Qualcuno l'attende e viene accompagnata ad un auto con autista in livrea, appena al di là della porta principale.
La seguo con gli occhi, stupefatto di questo piccolo incontro ed ho l'impressione di aver sbirciato per un attimo oltre un velo, di aver colto un istante ineffabile, l'intuizione di una realtà totalmente altra, di una vita differente, una ricchezza profonda.
Non ho mai saputo chi fosse, ma non ho dimenticato quel viaggio in ascensore e la nostalgia di trovare persone e vite che fanno scoprire, emozionare non mi ha più lasciato. Fascino puro.
Poi, misi i miei occhiali scuri ed uscii nel sole.

domenica 12 febbraio 2012

Marciapiedi

Avevo una teoria: per capire in quale parte della città si stia camminando, basta osservare attentamente il marciapiede attorno a noi e si ha una cartina al tornasole del quartiere, del paese. della città, nel suo micro e macro sistema. Cicche di sigarette, carte sparpagliate, lattine divenute stinte e come fogli di carta, foglie abbandonate e marcescenti, preservativi usati ci possono indicare che potremmo essere in una zona di periferia al limite della zona industriale, dove il passaggio dei netturbini è meno frequente, data la scarsità di popolazione, dove c'è passaggio di gente che vive la notte, con i suoi vizi e riflessi cangianti. Sale, sabbia, deiezioni canine, qua e là cassonetti d'immondizia, CD rotti, fantasmi di biciclette senza ruote, decorazioni abbandonate di Halloween o Natale a febbraio, invece, ci possono suggerire che siamo sempre in zona periferica, ma in un contesto residenziale, anche se di basso reddito. La densità poi delle tracce dell'umano vivere, ci può indicare poi se siamo nei pressi di una fermata dell'autobus, diun parcheggio per taxi, dell'uscita di una scuola o un ospedale o in un quartiere dal ritmo veloce o lento. Tutto osservando solo il marciapiede.
Qualche giorno fa, arrancavo faticosamente verso il tunnel della metropolitana; una pioggerella fine ed insistente livellava di pozzanghere subdole e viscide lo spesso strato di ghiaccio che ricopriva il marciapiede, rendendo ancora più arduo il mio avanzare. Ogni passo era una sfida all'equilibrio, una scommessa tra lo scivolare e l'inzupparsi nell'acqua sporca. Pensavo alla mia teoria e immaginando i marciapiedi dei quartieri bene, mi domandavo se fossero davvero ben spazzati e meticolosamente spalati dal ghiaccio. La ragazza davanti a me perde qualche cosa, mi precipito al suo inseguimento e quasi la travolgo, scivolando al semaforo pedonale, per accorgermi che le rimetto nella mano un grosso paio di calze di lana, che lei portava in tasca (??). Una mezz'ora dopo sono nella city e non cambia nulla: il marciapiede - forse più trafficato che nel mio modesto quartiere - è ricoperto anche qui di un infido e lucido mantello di sdrucciolevole, duro e freddo ghiaccio nero, il più terribile, perchè non si vede, sembra solo bagnato, ma è letale...
La mia teoria non vale d'inverno e forse nemmeno in tempi più miti. La mia teoria è solo un passatempo, un gioco di Kim, o il vizio di curiosare attorno...
E fortuna che l'inverno sta finendo...

lunedì 16 gennaio 2012

My Favorite Things

Niente a che vedere con il pezzo del musical americano "The sound of music" di Rodgers e Hammerstein, un poco di più con le innumerevoli versioni vocali e strumentali prodotte (una lista non esaustiva potete trovarla qui), di cui una delle mie favorite è eseguita dall'inspirato pianista Brad Mehldau nel live a Vienne (Francia) del 28 giugno 2010 e dal modale e terribile Coltrane nel suo "Live in Japan" del 1966 (cose da fare almeno una volta nella vita: datevi malati, mandate figli, fidanzate, mariti, moglie, nonni, cani, piazzisti d'aspirapolveri e ogni tipo di scocciatura da qualche parte, ma lontano; chiudetevi in casa come se il fuori non esistesse, mettete il CD di Coltrane - CD, o vinile, o qualsiasi supporto analogico digitale, ma non MP3! - in un riproduttore d'ascolto, indossate una paio di cuffie ad alta definizione e chiudetevi in un armadio con una coperta in testa, meglio se in uno scantinato e... ascoltate! Dedicate un'ora del vostro fottuto tempo al delirio, all'irrequietezza, alla vaghezza, allo spasimo, all'ero(t)ico furore, al margine del suono, oltre il limite, scagliatevi oltre l'umano...).
Niente a che vedere con tutto questo, solo - quando non sono in un armadio di uno scantinato con una coperta in testa - a me, cosa piace davvero fare? Non è una domanda da poco, anzi assume contorni esistenziali, portate di confronto tragico tra quello che faccio tutti i giorni e quello che davvero mi piace fare, anche se l'interstizio tra le due cose non assume spesso la dimensione del baratro del Grand Canyon... La prima cosa che mi salta in zucca è che amo cucinare con dei grossi cucchiai di legno il sabato pomeriggio: pasta fresca, stufati, brasati, spezzatini in umido l'inverno; pizze, pesce in cartoccio, peperoni ripieni e polpettoni fantasia d'estate. Musica italiana o radio culturale come sottofondo, una bottiglia di vino bianco ("per i cuochi"), la convivialità di un paio d'amici, prima del ritrovo serale del banchetto. Il profumo delle spezie, dei sughi, il calore del forno e della cucina, quella sottile follia creativa dell'essere in azione, l'attesa del giusto punto di cottura. Per me è un vero piacere.
Un'altra cosa che mi piace fare è prendere delle stanze negli alberghi vicino alla stazione. Non nelle grandi città, chiaramente, ma nelle cittadine medie e piccole. Di solito sono abbastanza puliti, a buon mercato e hanno il portiere notturno che apre e chiude fino alle ore piccole. C'è una sorta di attesa in questi alberghi, nessuna tracotanza di turisti grassi e noiosi, ma piuttosto la stanchezza del viaggio, un caffè, un letto rifatto, il primo scorcio di un paesaggio sempre simile, ma mai uguale come sono le stazioni. La versione americana di questo ambiente è il motel: arrivi, parcheggi, passi in reception a prendere la chiave, paghi,  posi nella stanza quelle quattro cose inutili che ci si porta dietro, esci, torni, dormi, prendi una doccia, guardi nei cassetti per vedere se qualche fantasma ha lasciato qualche traccia dietro di sè e, fantasma tu stesso, te ne vai su quelle strade dritte e strane, perchè straniere, che attraversano il continente. Anche qui, tutte le volte che posso, assaporo goliardo questa strana sensazione di lenzuola lise da lavaggi ad alte temperature, questo anonimato di esseri in movimento, le saponette tutte uguali e gli specchi a grandezza parete nel bagno...
Poi c'è la notte: la notte gelida e stellata dell'inverno canadese, calda e profumata nelle isole dei Caraibi, affollata e stordente nella metropoli, nuda e misteriosa nel fresco delle colline. La notte, amo viverla nella mezza luce, tutto un po' attutito, sbirciando nelle mie passeggiate silenziose nelle occhiaie delle finestre delle case, fumando il mio tabacco preferito, lasciando i pensieri vagare e danzare, mille strofe di vento, un piacere che diventa calore...
My favorite things...

venerdì 16 dicembre 2011

Scacchi

Non è vero che gli ingegneri giocano meglio a scacchi dei comuni mortali. Dalla mia esperienza è uno stato di essere: gli psicologi giocano male, gli architetti un poco meglio, ma sono confusionari, gli ingegneri pensano di prevedere la fine, ma si dimenticano delle fondamenta...
Non ho abbastanza esperienza per dare una valutazione completa sui musicisti, ma mi sorprendono talvolta. Non che io sia un teorico e abbia letto i manuali dei campioni, ma gioco regolare, provando combinazioni differenti, impostando il mio gioco per una partita che si chiuda ai pedoni, o con un cavallo di vantaggio - pezzo irrequieto, senza grandi pretese, ma che da sempre fastidio. Un geologo - un tempo - mi ha sempre costantemente battuto, ma non so se perchè bevevo molto più di lui o se per vera capacità.
Si pensa che gli scacchi siano la matrice principe della logicità, del puro raziocinio. Per quello che mi concerne, non è affatto vero. Gli scacchi risentono dell'ambiente in cui si gioca, del tempo, della fretta, è una cartina al tornasole del proprio stato d'animo, una terapia, una mano di taroccchi, una pausa di riflessione intima del proprio stato d'essere.
Trovo difficile trovare dei buoni avversari di scacchi, regolari, per trovarsi la domenica pomeriggio, scambiare due chiacchiere e bersi un the, o un paio di birre. Trovo sempre l'enfasi della competizione, del superamento, della dimostrazione di personalità. Lo ammetto, non sono particolarmente competitivo, preferisco l'ambivalenza e la complementarietà, avrò letto troppo giovane libri sbagliati...
Un'immagine mi torna in mente: Tiblisi, e i suoi parchi, e i vecchi che giocavano assorti, fumando sigarette, in silenzio, con uno sguardo al passante, alla strada, al mondo intorno a loro...

martedì 15 novembre 2011

Autunno

Le giornate cominciano a diventare sempre più fresche. Sospetto che la notte geli anche, le piante sul balcone sono già ritirate in cucina... Nei viali è un piacere passeggiare ed ascoltare il crocchiare delle foglie secche sotto i piedi. Qui, l'autunno è quasi una liturgia: la gente si prepara, controlla l'isolamento delle finestre, dei tetti, delle porte, nelle case vecchie si raddoppiano i vetri con pannelli di cellophan transparente fatti apposta per l'uso. Io ho solo cambiato la trapuntina nel mio letto, spolverato gli scarponcini da neve e tengo un occhio alle vetrine per vedere se sarà quest'anno che il vecchio giubbone di pelle sdruscita andrà in pensione, rimpiazzato da qualcosa di più moderno e caldo. Ma quello che è più deprimente, non è il rigore dell'inverno, ma il progressivo declinare della luce. Novembre è il peggio: la notte arriva presto e l'alba sembra sempre un po' in ritardo, un'oscurità che ottunde, che rintuzza le idee di sortita. Rimpiango un po' i viaggi ai Caraibi, al sole dei tropici, sulla sabbia rossa e nelle lagune verde smeraldo, viaggi che erano abbinati al lavoro passato: erano una scarica di sole, di energia, di luce, di buon rhum e l'allegria di andare in ufficio in camicia, con il costume nella sacca colorata da spiaggia nel portabagagli dell'auto a nolo, per l'uscita alle 16.
Tempi passati, mi tocca scopare le foglie gialle dalla scala d'ingresso del mio appartamento, attività sociale da comare di quartiere.
Yeah!

domenica 16 ottobre 2011

Anonimato

Con lentezza consumata, un vecchio mischia in un cucchiao della polvere bianca, una presa di bicarbonato di soda e qualche goccia d'acqua. Il composto reagisce al calore di un fornelletto elettrico e dopo qualche instante compaiono dei cristalli che vengono fatti cadere con delicatezza in un piattino di ceramica scuro. Odore dolciastro e persistente di sangue umano bruciato, che affiora copiosamente sotto l'ago del tatuatore. La ragazza distesa sul lettino vede formarsi sotto la paziente luce dell'uomo chino sulle sue cosce, un simbolo tribale impresso nella sua carne. Un vecchio in sedia a rotelle consuma il suo pasto di verdure bollite insipide prima di coricarsi ed indossare il respiratore, avviticchiato in una miriade di cavi connessi a compressori e macchine che paiono vive. Con gesti precisi ed incisioni di bisturi il cranio di un germano reale è aperto e disossato e le ossa prelevate sono poste ordinatamente in confronto con il simulacro in resina sintetica che prenderà il posto, dopo opportuna colorazione, della carne un tempo viva e pulsante. Un essere androgino e mostruoso gonfia i muscoli possenti con lentezza e metodicità di fronte ad uno specchio: le vene affiorano istantaneamente striando un corpo che diviene inumano nella sua ipertrofia...
Non è un delirio psichedelico di uno scrittore povero d'inspirazione, ma un frammento di un affresco vivente proposto come viaggio anonimo e crudele nello "zoo" dell'umanità nascosta e quotidiana da un teatro sperimentale ai bordi della metropoli: essere spettatori e spettacolo, in una fruizione voyeuristica costante, un frugare silenzioso nello specchio caleidoscopico dell'Altro senza speranza di trovare il riflesso di ciò che si è, di ciò che si può sentire vicino, prossimo. E la condivisione diviene esclusivamente vicinanza e la vicinanza - in un percorso doloroso, agonico e irreversibile - contaminazione.
Il teatro ha questa forza unica di proiettare la totalità dello spettatore all'interno di labirinti di codici, di sensazioni, di realtà mimata - in questo caso frammentata - e la sola resistenza che viene preservata è la possibilità dell'interruzione. Interruzione che diviene necessaria quando la tensione emotiva diviene insopportabile, abituati al bacello, alla protezione sociale e marginale che la società - e la società cosmopolita di essere estraneo in terra straniera - impone e pretende.
Solo, sulla banchina della metropolitana, nel mio impermeabile, dirigendomi verso un evento notturno, assisto allo spettacolo perverso di un vecchio che si denuda ed orina sulle scale dall'altra parte dei binari, massaggiandosi i magri glutei. Non più teatro, anche se d'avanguardia, ma realtà e la realtà evade ogni tentativo di ermeneutica. Fuori, piove, vento freddo.
Montreal, Zoo 2011.

domenica 25 settembre 2011

Passeggiata nel quartiere

Fermata della metropolitana Joliette. Linea verde. Già nell'atrio della scala mobile un suono di chitarra arpeggia delle melodie folk ed una voce accompagna lievemente lamentosa, lievemente timida tra il ronzio dei meccanismi che mi portano in alto, verso l'uscita. La stanchezza del primo autunno, nell'apice dello splendore della natura si avverte già, come un'intuizione, il primo sibilo del riposo invernale e una nota di freddo nell'aria presagisce il rigore del gelo. Ma non è ancora freddo, non è ancora buio presto la sera e si avverte ancora l'allegria estiva. Prendo per una ruelle, ancora lluminata dal sole. Alcuni gatti sonnecchiano pigramente e dalla finestra occhieggio un pittore all'opera nel ritratto di una modella dagli occhi spenti "ritratto di donna con vaso di fiori", non penso che lo vedrei nel corridoio del mio appartamento...
Un uomo seminudo corre verso un depanneur, sul patio di una casa che si affaccia sulla strada due uomini obesi escono lentamente con una sigaretta in mano, uno inciampa nel gradino, impreca e scaracchia nel giardino. Mi viene quasi da ridere.
Davanti alla casa di riposo, tre vecchie avvolte in una coperta sorseggiano una tazza di the, camminando in ciabatte e calze di lana, mentre nel parco di fronte l'equipe di ultimate fresbee suda, correndo qua e là dietro il disco di plastica che saetta nell'aria. In piazza, c'è un violinista di mille anni che stride le sue corde; è il mio preferito, il suo suono disarmonico, il suo viso antico e la disperazione lacerante del suo violino entrano nei miei pensieri e si mescolano alle immagini del mio lento ritorno a casa. Ci sono delle donne che parlano tra i balconi, i bambini scendono dalla discesa della pista ciclabile seduti su degli skateboard, mentre un gruppo di ragazzi compie degli esercizi ginnici nel parchetto attrezzato dall'altra parte della strada. Qualche commerciante inizia a chiudere i negozi, il traffico è sempre abbastanza sostenuto a quest'ora.
Arrivo a casa, incrocio lo sguardo con la vicina bionda: io la guardo e lei mi guarda. L'altra mattina è uscita in mutande a gettare la spazzatura, mentre passavo per andare a prendere n caffè: lei sa che ho visto le sue natiche tonde e floride, io so che lei sa che l'ho vista, è troppo poco per niente e salgo le scale verso il primo piano. Il cane della vicina ha ancora pisciato sulla mia porta, più tardi passerò un colpo di disinfettante, quando porterò fuori il pattume, che domani passa la nettezza urbana.
Una vocina di bimba dalla finestra mi saluta allegra: "Bonne soir, monsieur", "Bonne soir madmoiselle".
Gli ubriachi al bar all'angolo hanno già cominciato ad urlare e, in silenzio, i globi gialli delle luminarie della sera si accendono tra le foglie dei grandi alberi dell'avenue Valois.

mercoledì 14 settembre 2011

CC Generation

Customer Care Generation: la generazione di chi legge il manuale d'istruzione. Ma la Vita non lo fornisce, o meglio, proprio non ce l'ha! E allora? Un sacco di persone allo sbando, alla ricerca, che si arrabattano, cercano sé stessi o, in apparenza, il loro manuale d'istruzione, senza nemmeno sognarsi di scriverselo da sé, e - di conseguenza - sono depressi. 
L'altra notte, in un seminterrato adibito a luogo di vita ho visionato su un vecchio VHS (sono super snob vintage, lo so!) un film registrato alla fine degli anni '90 alla TV, pubblicità compresa. Premessa: non possedendo o vedendo la televisione da più o meno 10 anni - con qualche rara interruzione, per onor di cronaca - la pubblicità di fine anni '90 - e la pubblicità confezionata in Nord America - mi ha fatto un certo effetto: antisudorifici e culetti di bambini non sono mai stati in cima ai miei pensieri, ma sembravano essere il top del marketing della prima serata di quindici anni fa... Il film in questione era "Love & human remains" del 1994, di Denis Arcand - quello della trilogia dei barbari, per intenderci -, uscito in Italia con il titolo "La Natura ambigua dell'amore": relazioni ambigue, droga, violenza seriale, giacche di pelle lucida, notte, vita di coinquilini isterici, crisi del trentenne, un cinismo perverso e un alone di paranormale coniugato con un sado-masochismo sperimentale e, per gli amanti di cinema, molte allusioni e citazioni che arricchiscono il tessuto diegetico in maniera spesso contraddittoria e sempre suggestiva. Insomma, una visione di sezione dell'underground della società capitalistica urbana e metropolitana pre 11 settembre (esisteva un pre...), crisi sulla sicurezza, economica e via....
E la CC Generation? Caos, confusione, singhiozzi, elegie trite e ritrite, eppure... come nel film, più che una mancanza esistenziale dei personaggi, c'è l'oppressione del contesto: nel film c'è sempre traffico nelle strade, i locali sono strapieni, i telefoni - non ancora cellulari - suonano a qualsiasi ora del giorno e della notte, nessuno dorme mai, non c'è pace... nella vita di tutti i giorni i problemi che ci troviamo ad affrontare sono i detriti di un mondo che è stato setacciato a trama fine da chi ora fa lacrime di coccodrillo e pretende ancora di insegnare il futuro.
Per questo il mio consiglio alla CC geneation è sempre quello di dare un taglio netto, licenziarsi, bruciare casa e famiglia, strapparsi di dosso la paura di essere poveri, soli, malati, ignoranti, falliti, di morire giovani...
Filo conduttore singhiozzante, questo post...

mercoledì 10 agosto 2011

Fuori dai margini


Al di là dei confini delle nostre vite, dei nostri lavori, dei nostri passi.... al di là del nostro spettro di visione, della nostra fantasia - per chi la usa ancora... -, dei nostri pensieri e dei nostri discorsi... al di là dei margini dei nostri schermi, dei nostri cellulari, delle nostre televisioni... al di là dei margini dei nostri sistemi, delle nostre pur complesse elaborazioni, dei nostri progetti, dei nostri sogni e dei nostri desideri... un poco al di là di ciò che consideriamo realtà, di ciò che abbiamo imparato a considerare giusto, sbagliato, comprensibile o semplice ciarlataneria... lo sentiamo, ci sfugge, lo percepiamo a volte con la coda dell'occhio, nei momenti dove siamo più fragili, più scoperti, meno difesi... eppure è là, che ribolle, che pulsa, lo stesso ritmo che ci manda avanti, la stessa fibra che tesse i nostri giorni, la stessa materia che costruisce i nostri progetti... ma è altro, altro ancora, la fessura di presunto ordine che illusoriamente pensiamo di aver conquistato non lo elimina, rimane là, appena fuori campo, appena fuori misura, appena oltre..
C'è ma non lo vediamo, lo percepiamo, a volte, ma non lo distinguiamo, indefinibile, accennato, eppur presente, intoccabile, originario, primitivo eppur eterno, oltre la nostra comprensione, la nostra scienza, le nostre povere fedi...
Il respiro dell'universo, coincidenza oppositorum, gli ero(t)ici furori, l'hanno chiamato in molti modi... ed ancora: il quid, il principio primo, l'antimateria, l'atomo, il quanto, il bosone ed il neutrino, il rumore bianco, la nube luminosa, lo tsimtsum, il vecchio Kronos...
C'è e possiamo vivere con senza problemi, non si cura dei nostri traffici meschini, inspira i più sensibili, i più deliranti, nutre l'immaginazione, è pretesto per mille scuse, sfida la logica umana, rasenta la follia.
Ammetterlo è già impensabile, negarlo... non si sa mai!

giovedì 28 luglio 2011

34 ovest

7.03. Arriva l'autobus del mattino, che mi porta verso una nuova giornata. Ormai ci ho fatto l'abitudine: l'autista è un signore brizzolato, magro, che saluta mentre controlla che la tessera dell'abbonamento faccia il giusto bip sul rilevatore elettronica. Marchiamo presenza. Anche questa mattina. 
La popolazione che trovo all'interno è varia e silenziosa: c'è la signora dai capelli radi e permanente, con un filo di perle al collo e le pieghe della vecchiaia che iniziano a farle cascare il mento, un signore corpulento con un braccio al collo che puzza già di sudore e un lontano sentore di alchool e infatti ha delle macchie sospette, ormai asciutte, sulla pancia prominente, c'è una bionda dallo sguardo assente, in piedi, che si tocca i capelli dietro gli auricolari nelle orecchie, che trovo misteriosa e lontana, nel suo mondo. Mi siedo vicino alla porta posteriore, la mia sacca con dentro il pranzo sulle ginocchia e anch'io ascolto musica, vecchi brani italiani anni '70 e '80, qualche brano trip hop, un po' di Armstrong e Nancy Sinatra, musica araba e balcanica dal carattere fusion. Sbircio la copertina del tipo di fianco a me: sta leggendo Gogol, il titolo mi sfugge nella traduzione inglese. C'è molta gente che legge sui bus del primo mattino: una delle scorse settimane sono rimasto commosso a vedere una signorina nervosa dai capelli corti che leggeva il "Diario di Anna Frank" e sorpreso a spiare un uomo dalla capigliatura arruffata intrattenersi con "L'origine delle specie" di Darwin. Mi viene in mente una vecchia trasmissione di Radio 3, dove si indagava sulle letture nei luoghi pubblici: anche loro sarebbero sorpresi a constatare le letture dellla 34 ovest del mattino....
Una decina di minuti e arriviamo alla stazione della metropolitana. Mentre camminiamo verso l'entrata, in silenzio e più o meno in fila, molte donne si danno l'ultima occhiata nelle vetrate a specchio. La tipa bionda di prima ha decisamente un'aria intrigante e un gran paio di gambe, ma se ne va in un'altra direzione ed io sto già scuotendo le mani per non farmi rifilare il giornale gratuito all'entrata delle scale mobili. 
Nelle orecchie, Ray Manzarek ripete tra il trambusto della fretta mattutina uno dei suoi assoli migliori alla tastiera:
"Riders on the storm
Into this house we're born
Into this world we're thrown
Like a dog without a bone
An actor out alone..."

lunedì 18 luglio 2011

Limiti II

Senza dubbio il limite mi affascina. La consapevolezza di essere coscienti dell'esatto istante e meccanismo che porta una realtà ad essere altro, il bordo del tempo, dello spazio, dell'essere dal non essere più... A guardare bene, c'è una continuità armonica di contrazione ed espansione, una sottile zona grigia dove qualche cosa arriva e diviene, non è più, compenetra ed espelle già il qualcos'altro, una sintesi di rigetto, dove al posto di essere con, si diviene essere altro. Me ne rendo conto, si sconfina (!) nell'ontologico su questa via, un percorso sdrucciolevole di questi tempi, dove il digitale - per intenderci il linguaggio binario 0, 1 - è diventato una bella scusa per tagliare il nodo gordiano dell'ambivalenza, dell'essere non ancora e l'essere di già...
Le albe e i crepuscoli del nord, che si protraggono esageratamente e non è mai subito sera, le notti agitate dal lento roteare delle costellazioni, le maree che sono e non sono già più, gli affetti che si tramutano in passioni per sgretolarsi in indifferenza, la bottiglia che sempre si svuota per quanto piccolo il bicchiere tu decida di utilizzare....
"Una valanga, una frana, un'eruzione non è che un nuovo equilibrio che si forma, una nuova stasi", così mi raccontava un vecchio saggio conoscitore delle montagne e della geologia, che dagli anni '60 mappava con carotaggi regolari tutta la catena delle Alpi e quindi di queste cose ne sapeva da vendere, eppure non c'è che la gravità, che porta tutto in basso e livella. C'è stato un tempo di forze inimmaginabili, inumane per i nostri orizzonti fragili, dove le ossa della terra si sono tese ed anno sfidato le altezze, i vertici, i limiti. E forse già alla prossima alba, al limite della notte - per dirla insieme a Celine e al suo titolo così meraviglioso - che il limite si contrae e si lacera, per ricomporsi al prossimo crepuscolo.
Nel quartiere, una sirena della polizia lampeggia, tra le chiostre di buio delle finestre del vicinato, c'è una luce accesa, qualcuno veglia.... o ha semplicemente una brutta sbornia. E non è che lunedì...

sabato 16 luglio 2011

Intermezzo II

- Siediti, Stirkoff.
- grazie , signore.
- distendi pure le gambe.
- molto gentile da parte sua, signore.
- Stirkoff, mi hanno informato che hai scritto articoli sulla giustizia, sull'eguaglianza; anche sul diritto alla gioia e alla sopravvivenza. Stirkoff?
- sissignore.
- pensi che ci sarà mai una giustizia totale e ragionevole sulla terra?
- non esattamente, signore.
- ma allora perchè scrivi quelle stronzate? sei forse malato?
- mi sento strano da un po' di tempo a questa parte, signore, come se stessi per impazzire.
- bevi molto, Stirkoff?
- naturalmente, signore.
- e fai cosaccine da solo?
- di continuo, signore.
- come?
- non capisco, signore.
- cioè, com'è che te le fai?
- quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un vaso di fiori col collo stretto mentre ascolto Vaughn Williams o Darius Milhaud.
- di vetro?
- no, di dietro, signore.
- volevo dire, il vaso è di vetro?
- naturalmente no, signore.
- ti sei mai sposato?
- molte volte, signore.
- siediti, Stirkoff.
- grazie, signore.
- Cos'è che non ha funzionato?
- tutto, signore.
- qual è stato il più bel pezzo di fica che tu abbia mai avuto?
- quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un...
- d'accordo, d'accordo!
- sissignore.
- ma capisci che il tuo desiderio di giustizia e di un mondo migliore è solo una scusa per nascondere la decadenza, la vergogna, e il fallimento che sono dentro di te?
- eggià.
- tuo padre era cattivo?
- non so, signore.
- cosa vuol dire non so?
- voglio dire che è difficile fare paragoni. vede, di padre ne ho avuto uno solo.
- stai cercando di fare il furbo con me, Stirkoff?
- oh, no, signore: come lei dice la giustizia è impossibile.
- ti picchiava tuo padre?
- facevano i turni.
- pensavo che avessi avuto un solo padre.
- come tutti, volevo dire che s'alternava con mia madre.
- ti voleva bene tua madre?
- ero solo un prolungamento della sua persona.
- che altro può essere l'amore?
il luogo comune secondo cui si ha grande cura di una cosa molto buona. non è necessariamente legato alla consanguineità. può essere un palloncino rosso o un toast imburrato.
- vuoi dire che potresti amare un toast imburrato?
- solo pochi, signore. in certe mattine particolari. sotto certi raggi del sole. l'amore arriva e scompare senza preavviso.
- è possibile amare un essere umano?
- naturalmente, soprattutto se non lo si conosce troppo bene. mi piace guardare la gente da dietro la finestra, quando cammina per strada.
- sei un vigliacco, Stirkoff.
- naturalmente, signore.
- qual è la tua definizione di vigliacco?
- un uomo che ci penserebbe su due volte prima di lottare contro un leone solo con le mani.
- e come definiresti il coraggioso?
- un uomo che non sa cos'è un leone. ogni uomo crede di saperlo.
- e come definisci lo stupido?
- un uomo che non arriva a capire che Tempo, Struttura e Carne vengono quasi sempre sprecati.
- ma allora chi è il saggio?
- i saggi non esistono, signore.
- se è così non esistono neppure gli stupidi. senza la notte il giorno non esisterebbe; senza il bianco il nero non esisterebbe.
- mi spiace, signore. ho sempre pensato che ogni cosa fosse quel che è indipendentemente dall'esistenza di qualcos'altro.
- hai infilato il cazzo in troppi vasi di fiori. ma non riesci proprio a capire che OGNI COSA è giusta, che niente può andar male?
- comprendo, signore, vada come vada.
- cosa diresti se ti facessi decapitare?
- non potrei dir niente signore.
- voglio dire che se ti facessi decapitare io rimarrei il Volere e tu diventeresti il Nulla.
- diventerei qualcos'altro.
- a mio PIACIMENTO.
- a nostro piacimento, signore.
- calmati! calmati! distendi le gambe!
- molto gentile da parte sua, signore.
- no, molto gentile da parte di tutti e due. affermi di avere spesso la sensazione d'esser pazzo. cosa fai quando hai questa sensazione?
- scrivo poesie.
- la poesia coincide con la follia?
- la non-poesia è follia.
- cos'è la follia?
- la follia è l'orrore.
- cos'è l'orrore?
- qualcosa di diverso per ogni persona.
- ma l'orrore è parte di un tutto?
- è li.
- ma è parte di un tutto?
- non lo so, signore.
- dimostri d'esser saggio. cos'è la sapienza?
- conoscere meno possibile.
- come si fa?
- non lo so, signore.
- sapresti costruire un ponte?
- no, signore.
- sapresti costruire un fucile?
- no, signore.
- questi oggetti sono dei prodotti della conoscenza.
- questi oggetti sono ponti e fucili.
- ti farò decapitare.
- grazie, signore.
- perchè?
- lei rappresenta le mie motivazioni, mentre io ne ho molto poche.
- io sono la Giustizia.
- forse.
- io sono il Vincitore. ti farò torturare, ti farò urlare. ti farò desiderare la Morte.
- naturalmente, signore.
- ma non riesci a capire che io sono il tuo padrone?
- lei è il mio manipolatore ma non può farmi niente che non possa esser fatto.
- pensi d'essere astuto ma non dirai niente d'astuto tra un urlo e l'altro.
- ne dubito, signore.
- per inciso, come fai a reggere Vaughn Williams e Darius Milhaud? non hai sentito parlare dei Beatles?
- oh, signore, tutti conoscono i Beatles.
- non ti piacciono?
- non mi dispiacciono.
- c'è qualche cantante che non ti piace?
- è impossibile che esistano dei cantanti piacevoli.
- diciamo, allora, una qualche persona che tenti di cantare?
- Frank Sinatra.
- perchè?
- perchè lui evoca una società malata in groppa a una società malata.
- leggi qualche giornale?
- solo uno.
- quale?
- OPEN CITY.
- GUARDIE! CONDUCETE IMMEDIATAMENTE QUEST'UOMO NELLA CAMERA DELLA TORTURA E DATE INIZIO ALLE OPERAZIONI!
- un ultimo desiderio, signore.
- sì.
- posso portare con me il mio vaso di fiori?
- no, lo userò io!
- signore?
- volevo dire che te lo farò confiscare. guardia, conduci via quest'uomo e torna qui con, torna qui con...
- sissignore...
- una mezza dozzina d'uova e un chilo di carne trita...

Escono la guardia e il prigioniero. il re si china in avanti e fa una smorfia malvagia mentre la filodiffusione comincia a trasmettere un brano di Vaughn Williams.


Fuori, il mondo va avanti mentre un cane mangia da un bidone della spazzatura.

H. C. Bukowski - Stirkoff

lunedì 11 luglio 2011

Toni minori

Un articolo preso dal "Corriere della Sera" di qualche settimana fa: apparentemente le nuove generazioni non sono educate alla vita affettiva dei sentimenti. Da questo, una serie di problemi esistenziali, relazionali, affettivi, d'indipendenza e di dipendenza.
Mio malgrado, appartengo a questa generazione che spesso sento come "Customer Care Generetion" in opposizione alla "Generation X" da un testo di Copland, troppo americano per i miei gusti vecchia Europa; una parola posso spenderla quindi. Nessuno mi ha mai spiegato nulla in campo sentimentale. Ho imparato da solo, un po' di qua, un po' di là, spesso per vie traverse, molto in maniera esperienziale (e male). Se consideriamo il firmamento delle emozioni un universo di costellazioni, trovo che anche linguisticamente oggi si tralasciano molti astri minori. Sarà l'uniformità del "mi piace" di FB a portata di falange, sarà l'apatia generale e la stanchezza mentale che ci vietano di pensare per sistemi complessi. Ma voglio sottolineare come le sfumature d'attenzione, i clinamen sdruccioli dei toni minori, tutte questi mezzi toni rendono la tavolozza emotiva interessante, unica, preziosa, da scoprire. Toni minori: amarezza, nostalgia, malinconia, delicatezza, gentilezza, pazienza, umiltà, reticenza, pudore, imbarazzo, vaghezza, spensieratezza, costanza, simpatia, empatia, compassione, tenerezza...  Sfumature, complessità, che solo il tempo svela e frustra l'imperativo contemporaneo del tutto e subito. Coltivare relazioni sul lungo periodo, restare in contatto con persone che ci hanno accompagnato poco o molto nel nostro o loro percorso, questo può dare sensazioni impagabili, crediti di profondità con il respiro della vita.
Anni fa, nel periodo ruggente, tornati stanchi ed affamati da un viaggio pericoloso oltre i confini dell'Europa, intenti a bere un caffè finalmente decente nel cielo di Roma, con un amico ci trovammo a contare tutte le persone che avevamo incontrato durante gli ultimi dodici mesi: ne risultarono diverse centinaia. Di quanti di loro sono ancora in contatto oggi, ne posso contare i nomi su poche dita di una mano. Colpa mia, sicuramente, il bello della vita inattesa, l'angolo di strada che cela nuovi incroci, troppi indirizzi cambiati. Ma ho sempre mantenuto lo stesso numero di telefono e ho conservato gran parte degli indirizzi mail che si sono susseguiti nel tempo.
Toni minori, emozioni complesse, tempo, sfilacciamento dei contatti. Eppure siamo animali sociali, dipendiamo gli uni dagli altri, le facce che ci sono attorno non sono solo delle risorse necessarie, ma vite pulsanti, orizzonti sconosciuti, chiaroscuri misteriosi ed affascinanti. L'effimero che si tramuta in discorso, un pensiero laterale che sfocia nel centro, la periferia che assume contorni di verità alternativa e pregnante. Trovo che quello che è posto sotto i riflettori intorno a me, ha il sapore di poco, in confronto a questa armonia sottesa.

sabato 18 giugno 2011

"Sounds a bit old"

Zapping, una vecchia radio valvolare, con l'inconfondibile fruscio di polvere nella manopola che viene girata, spezzoni di un dialogo di un futile dramma radiofonico, poi qualche secondo di musica sinfonica,  ed infine qualche accordo di chitarra acustica, sulla quale l'attenzione sembra focalizzarsi. Rumori bianchi, oltre al fruscio elettrostatico dell'apparecchio, un colpo di tosse, quasi un singhiozzo, atmosfera intima, solitaria, riflessiva. Sui giri di accordi della chitarra radiofonica, una seconda chitarra si aggiunge questa volta viva e presente, un contrappunto timido, ma nitido che completa le linee armoniche, quasi che il ricordo suscitato dalla radio si cristallizzi in un istante di nostalgia. L'avrete senz'altro riconosciuto: sono i primi inconfondibili 60 secondi di "Wish you were here" dei Pink Floyd del 1975, realizzata da David Gilmour in memoria di Syd Barrett, che in un'improbabile apparizione il 5 giugno di quello stesso anno, calvo, grasso - aveva solo 29 anni - e con una busta della spesa in mano, quasi figura mitica e metafora di un post-moderno commerciale e disincantato, entrò negli studi di Abbey Road, dove il gruppo stava in fase di pre-presentazione del disco omonimo, disse agli ex compagni di band: "sounds a bit old" e se ne andò e nessuno lo vide più.
E ancora: accordo di chitarra acustica con linea di basso essenziale ed appena percepibile, ripetizione che genera insistenza, atmosfera ancora una volta di riflessione personale. dove - toccato il fondo e venuti ai patti con sè stessi, pur nell'abbandono di qualsiasi soluzione possibile - un anelito di lucidità riporta su, sopra la difficile linea che separa il pensiero dall'azione, il delirio dall'intuizione, l'umano egoismo dal non avere più nulla da perdere. Ancora giri armonici di chitarra, entra un accenno di percussione, proprio come un qualche cosa che entra in movimento, poi qualche accordo di tastiera con pedale, elegiaca, ed infine la voce, profonda calda, come solo la voce nera sa essere, canta un'amara constatazione, vera e inossidabile come la presa di coscienza di un'idea antica, partorita dalla saggezza della Vita. Sono i primi 45 secondi di "Bridges" dell'album "Crossroads" di Tracy Chapman del 1989.
"Sounds a bit old" è vero e dopotutto sono solo canzoni, ma è forma che diventa inscindibile dal contenuto, una dipendenza intima tra suono e canzone, tra testo e musica che insieme riescono a passare oltre il frastuono che ci attornia e ci protegge e colpiscono dritto in quell'area ancora sensibile e, poi, col tempo, può succedere che le possibilità diventino qualche cosa d'altro.
Cosa chiediamo ad una canzone? Io chiedo questo, un sussulto, un pensiero che interpreta e assolve la funzione di mediatore tra il mio presente ed il mio passato, una sorta di lente che esprima, caleidoscopicamente, le sfumature del presente. E la musica, che sfugge liquida ad ogni definizione, diviene, misteriosa forma del tempo....

martedì 14 giugno 2011

Asiatici del quartiere

Abito in un quartiere popolare. Uno dei più malfamati fino a qualche tempo fa, ora in netta espansione e rinnovamento. Gente disoccupata, che si arrangia, case grandi e rattoppate, la polizia che svogliatamente fa la ronda di continuo. Non è raro, la sera, trovarsi a braccetto con qualche prostituta, tremante ed in astinenza di crack che ti chiede 20 $, in cambio di favori. Si trovano ancora preservativi usati sui marciapiedi ed in estate i vicini di giorno si sbraitano improperi dai balconi, di notte vagano ubriachi cantando tra un lampione e l'altro. Eppure al mattino, imbronciate ed assonnate, trovi alla fermata dell'autobus le ragazzine con la divisa del college, segno che comunque c'è voglia di fare. E non appena si scioglie l'inverno, le aiuole sui marciapiedi sono ben curate con fiori e insalata, qua e là, che da un tocco di vita.
Ci sono poi i depanneur, una sorta di negozietti che vendono un po' di tutto, aperti fino a tarda notte, alcuni - i più antichi - che non chiudono mai. Si compra birra, giornali, sigarette, una scatola di tonno, alcuni hanno anche latte e caffé, altri ti fanno dei sandwich, il vino meglio lasciarlo stare perchè di qualità infima, ma in certe sere ci sta.
Ad un angolo di strada da casa mia, una coppia vietnamita tiene un piccolo depanneur che si chiama "Beau soir". Sono giovani, parlano male francese e sbocconcellano l'inglese. Il loro negozio è pulito, in ordine, la radio trasmette musica classica e loro sono sempre sorridenti e gentili. Non mi hanno mai fregato sul resto, neanche pochi spiccioli. Al contrario di tanti, la domenica sono chiusi e nelle sere della settimana, più di una volta, ho trovato chiuso prima dell'orario indicato sulla porta a vetri, io che, affannato, cercavo una birra o una scatoletta di tonno o un barattolo di maionese.... Mi danno l'impressione di essere sereni, un giusto equilibrio tra una vita da piccoli commercianti e la loro vita personale. Li trovo anche belli insieme, molto innamorati. Se già io e la mia combriccola della vecchia Europa fatichiamo nel continente americano, immagino loro, il senso di estraniamento e sradicamento che possono provare mentre d'inverno spalano la neve sul marciapiede, mentre gestiscono i furtarelli degli studenti quindicenni della scuola dell'isolato.
Il villaggio globale è anche questo: una somma di differenze che vivono prossime, a pochi metri di distanza e restano inconoscibili, anche sul lungo periodo.

sabato 11 giugno 2011

Migranti

Ieri sera, una serata come tante. Mi ritrovo seduto in un piccolo giardinetto, a sforchettare insalata su un piattino, a mangiare hamburger cotti a puntino dal cuoco di turno. Intorno a me sento parlare spagnolo, inglese, francese.
L'occasione dell'evento è il compleanno di C. conosciuto al corso di lingua, patrocinato dall'ufficio immigrazione. Tra i presenti, a parte due o tre autoctoni, tutti gli altri vengono da qualche altra parte del mondo per le più diverse ragioni, non sempre le più ovvie.
Un tizio dai tratti marcati delle Ande attira la mia curiosità. Mi racconta di essere cileno, parla senza pregiudizi del nord America, ne confronta i limiti con la tua terra, mi chiede notizie dell'Europa. Gli chiedo perchè sia venuto da queste parti, cosa l'abbia spinto a cambiare emisfero per aprirsi al mondo, tenuto conto che mi raccontava di essere partito per cercare di avere un punto di comparazione con la sua terra. Il dialogo coinvolge anche altri, messicani, canadesi e spagnoli. Iniziano a punteggiare i vari interventi parole come "paesi sottosviluppati", "civiltà", "diritti civili", "strati sociali". La conversazione si scalda. 
Vedendo il clima appassionato, chiedo perchè si abbia la percezione che il nord America sia un paese del primo mondo, in fondo tutti noi, anche se sono passati qualche anno dal nostro arrivo, viviamo tutti una situazione precaria, già il momento stesso che stiamo vivendo attorno ad un tavolo disseminato di birre e bicchieri vuoti ne è una testimonianza. Parole come "integrazione", "futuro", "partecipazione" - sempre che queste parole possano essere considerate come indicatori di una vera presa di posizione all'interno della società e quindi un simbolo di una presa di coscienza d'appartenenza "politica" - non sono ancora ben assestate nel nostro presente e mi chiedo se lo saranno mai. Se cercavamo qualche cosa, non ho l'impressione che l'abbiamo veramente trovata, o almeno, a me personalmente sembra di no. Non che ci siano voglie latenti di tornare indietro, ma la partita resta aperta. Accenno anche un'ipotesi di analisi del perchè il cosiddetto primo mondo ora possa permettersi di tenere le frontiere aperte ed essere considerato mondialmente un "paese d'accoglienza": l'immigrazione può essere un grande business, che si nutre di speranze e dell'energia vitale di tanti che legittimamente sperano una condizione migliore.
Alla fine, i toni si accendono ancora di più, i malintesi dei pensieri travasati in diverse lingue si accavallano, c'è qualcuno che si offusca, un poco ebbro qualcun altro sbatte contro la zanzariera tirata sul varco della cucina, si ride, si fuma e si rompe qualche bicchiere.
Ci sono molte parole e molte vite, ma abbiamo solo i nostri giorni per cercarle o trovarle. Non è male sapere che non siamo soli.

sabato 21 maggio 2011

Prevenzione

Alt - Stop - Vietato oltrepassare - Vietato parlare - Si prega di non disturbare - Divieto d'accesso - Limte di velocità massima a.... - Limite di velocità minima a... - Vietato mangiare pizze o gelati - Si prega di non sputare - Vietato fumare - Vietato parcheggiare dalle... alle... - Non gridare - Vietato suonare il clacson - Si prega di non parlare al conducente - Si prega di non guardare il conducente - Vietato toccare - Vietato nuotare - Vietato tuffarsi - Vietato dare da mangiare agli orsi, ai piccioni, alle capre, agli scoiattoli, ai procioni, ai cervi, agli alligatori - Si prega di stare in silenzio - Vietato vietare - Si prega di non toccare - Si prega di non fare gestacci - Vietato suonare ripetutamente - Non correre - Vietato oltrepassare la linea gialla, la linea blu, la linea bianca - Vietato gettare oggetti fuori dalla finestra - Vietato gettare i mozziconi per terra - Si prega di lasciare le armi all'entrata - Vietato guidare a fari spenti - Si prega di non urlare - Non parlare a voce alta - Vietato telefonare, citofonare, saltare, sporgersi, cadere, fischiettare - Si prega di non insultare l'impiegato preposto alle informazioni - Vietato lasciare detriti in  questo posto - Vietato imbrattare i muri - Vietato guardare - Divieto di sosta - Vietato contraddire il capo - Vietato cambiare canale senza previa autorizzazione - Vietato giocare - Vietato baciarsi - Vietato bestemmiare - I responsabili saranno perseguiti secondo le leggi vigenti di questo stato - la legge è uguale per tutti.
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